Grazie, Sigfrido.
Davvero, grazie per averci creduto ancora.
Per aver pensato che in Italia si potesse ancora fare giornalismo d’inchiesta, raccontare i fatti, scavare dove gli altri preferiscono non guardare.
Un errore ingenuo, direbbero in molti. Da idealista.
Hai collezionato 180 querele. Centottanta.
In un Paese normale sarebbero 180 medaglie, qui sono 180 avvertimenti.
E adesso ti fanno saltare la macchina davanti casa.
Per ringraziarti, naturalmente.
Perché in Italia funziona così: più servi la verità, più ti puniscono.
Avresti potuto fare come tanti: limitarti a leggere i comunicati stampa, fare copia e incolla, sorridere nei talk show, lodare chi comanda e guadagnarti la pace.
Nessuno ti avrebbe minacciato, querelato o fatto saltare l’auto.
Saresti stato un giornalista “rispettabile”, un cittadino tranquillo, un padre sereno.
Invece no. Hai voluto tenere la schiena dritta.
Hai pensato che la libertà di stampa fosse un diritto, non un favore.
Hai creduto che la democrazia si misurasse anche da quanto spazio ha chi racconta la verità.
Ma qui non si proteggono i giornalisti, Sigfrido.
Qui si proteggono gli affari, i silenzi e le versioni ufficiali.
E se provi a fare il tuo mestiere fino in fondo, ti ritrovi solo.
Ti querelano, ti isolano, ti accusano di essere “fazioso”.
E poi, quando non ci sarai più, verranno tutti a dire quanto eri bravo.
Ti dedicheranno un premio, magari una sala stampa a via Teulada, una targa lucida con su scritto “a Sigfrido Ranucci, giornalista coraggioso”.
Ti faranno funerali civili con le prime file piene di ipocrisia.
Ma adesso, oggi, ti lasciano solo.
Ne vale la pena, Sigfrido?
Vale la pena continuare a raccontare un Paese che preferisce le veline alle verità, le voci alle prove, i selfie alle notizie?
Forse sì.
Forse no.
Ma se smettessi tu, chi resterebbe a raccontarlo, questo Paese che non vuole più essere raccontato?
Eqo Aps

