25
Luglio
2026
Cassino
Horti di Porta Paldi
Via Vagni 5

Il 25 luglio, agli Horti di Porta Paldi, abbiamo celebrato la quinta edizione di “Pasta, Pace, Libertà”, insieme alla sezione ANPI di Cassino e a Se non ora quando?.

Non è stata soltanto una cena, né una commemorazione da calendario. Abbiamo voluto costruire una serata nella quale la memoria storica tornasse a essere un fatto vivo: una domanda rivolta al presente, un’occasione per incontrarsi, discutere e riconoscersi nei valori dell’antifascismo, della democrazia e della partecipazione.

La serata si è aperta con la presentazione del libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri, “Voto alle donne! La storia di una battaglia, dalle suffragette alla Costituente”, pubblicato da Einaudi. È seguita la nostra pastasciutta antifascista, nell’ottantatreesimo anniversario di quella offerta dalla famiglia Cervi il 25 luglio 1943.

Due storie apparentemente diverse — la Resistenza al fascismo e la conquista del diritto di voto femminile — che in realtà raccontano la stessa cosa: la democrazia non nasce spontaneamente e non si conserva da sola. È il risultato di lotte, sacrifici, parole pronunciate quando sarebbe stato più comodo tacere.

Perché ricordare ancora il 25 luglio

Il 25 luglio 1943 Benito Mussolini venne destituito e arrestato dopo la riunione del Gran Consiglio del Fascismo. Dopo ventuno anni terminava il governo fascista, anche se la guerra, l’occupazione tedesca, la Repubblica sociale e la lotta di Liberazione avrebbero ancora attraversato tragicamente il Paese.

In quelle ore, ad accogliere la notizia non furono soltanto i comunicati delle istituzioni. Ci fu anche un gesto semplice e straordinario compiuto in una casa contadina della provincia di Reggio Emilia.

La famiglia Cervi decise di festeggiare preparando una grande quantità di pasta e offrendola gratuitamente alla popolazione di Campegine. Farina, burro e formaggio divennero gli ingredienti di una festa collettiva, condivisa senza distinzione con chiunque arrivasse portando un piatto, una scodella o una zuppiera.

Quella pastasciutta non celebrava ancora la Liberazione, che sarebbe arrivata soltanto venti mesi dopo. Celebrava la possibilità di tornare a sperare.

La famiglia Cervi: il coraggio come responsabilità

Alcide Cervi e i suoi sette figli erano contadini, innovatori, antifascisti. Non appartenevano a una mitologia lontana dalla vita quotidiana: lavoravano la terra, studiavano, sperimentavano nuove tecniche agricole, discutevano di politica e consideravano la cultura uno strumento di emancipazione.

La loro scelta antifascista non nacque da un gesto isolato. Fu una posizione costruita nel tempo e tradotta in azione concreta: assistenza ai perseguitati, sostegno alla Resistenza, accoglienza di disertori e prigionieri fuggiti.

I sette fratelli — Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore — furono catturati e fucilati dai fascisti il 28 dicembre 1943. Ma la loro storia non è rimasta imprigionata nel martirio. È diventata il simbolo di una famiglia capace di tenere insieme lavoro, conoscenza, solidarietà e libertà.

Per questo la pastasciutta antifascista continua a essere organizzata ogni anno a Casa Cervi e in moltissime città italiane: non come rievocazione folkloristica, ma come rito civile fondato sui valori dell’antifascismo, della giustizia, della libertà e della democrazia.

Mangiare insieme, in questo caso, non è un dettaglio. Significa dichiarare che la libertà non è un privilegio individuale, ma qualcosa che acquista senso soltanto quando viene condiviso.

Perché farlo oggi, agli Horti

Viviamo in un periodo nel quale parole come libertà, popolo, identità e democrazia vengono ripetute continuamente, spesso svuotate del loro significato storico.

La memoria pubblica rischia di essere ridotta a una cerimonia innocua. Il fascismo viene talvolta trattato come un’opinione tra le altre, la Resistenza come una controversia da rimettere eternamente in discussione, i diritti conquistati come acquisizioni irreversibili.

Ma non è così.

L’antifascismo non è nostalgia e non è appartenenza rituale a una parte. È il fondamento politico e morale della nostra Repubblica. Significa rifiutare l’autoritarismo, il razzismo, la violenza come metodo politico, la discriminazione e l’idea che esistano cittadini più degni di altri.

Organizzare questa iniziativa agli Horti di Porta Paldi significa dare a questo luogo una funzione precisa. Gli Horti non devono essere soltanto uno spazio gradevole nel quale trascorrere una serata estiva. Devono diventare un luogo nel quale una comunità possa incontrarsi, interrogarsi e produrre cultura.

Innalzare il livello significa proprio questo: non rinunciare alla leggerezza, alla convivialità e alla bellezza, ma metterle al servizio di un pensiero più profondo.

“Voto alle donne!”: la storia di una conquista che non comincia nel 1946

La presentazione di “Voto alle donne!” ha dato alla serata una profondità ulteriore.

Il libro di Mario Avagliano e Marco Palmieri ricostruisce una battaglia lunga quasi un secolo, dal Risorgimento fino all’Assemblea costituente. È pubblicato da Einaudi nel 2026 e si sviluppa per oltre quattrocento pagine, attraverso una vasta documentazione composta da lettere, diari, memorie e testimonianze.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è proprio il rifiuto di raccontare il voto femminile come una concessione improvvisa arrivata dall’alto al termine della Seconda guerra mondiale.

Il 1946 rappresenta il punto di arrivo, non il punto di partenza.

Prima di quella data ci sono decenni di associazionismo, mobilitazioni, petizioni, congressi, articoli di giornale e battaglie sociali. Ci sono donne che chiedono accesso all’istruzione e alle professioni, rivendicano diritti sul lavoro e nella famiglia, contestano una cittadinanza costruita interamente al maschile.

Avagliano e Palmieri raccontano il passaggio dall’Italia appena unificata — una nazione nella quale metà della popolazione rimaneva esclusa dalla vita politica — fino all’ingresso delle donne nella cabina elettorale e poi nell’Assemblea costituente. Gli autori definiscono il loro lavoro un racconto corale, costruito dalle vicende personali e dalle voci delle protagoniste, dall’“Unità d’Italia senza madri” fino alle madri costituenti.

Non soltanto suffragette

La parola “suffragette” evoca soprattutto il movimento britannico, le manifestazioni pubbliche, gli arresti e le azioni clamorose. Il libro mostra invece come la battaglia italiana abbia assunto caratteristiche proprie e abbia coinvolto mondi differenti.

Donne liberali, socialiste, cattoliche, repubblicane e appartenenti ai movimenti operai hanno seguito percorsi diversi, talvolta in conflitto tra loro. Alcune consideravano prioritario il diritto di voto; altre ritenevano che senza autonomia economica, istruzione e parità giuridica il suffragio sarebbe rimasto incompleto.

È proprio questa pluralità a rendere il volume particolarmente interessante. La conquista non viene attribuita a un’unica protagonista o a una sola corrente politica. Emerge invece come il risultato di un movimento ampio, contraddittorio e tenace.

La storia dei diritti non procede in linea retta. Conosce avanzamenti, sconfitte, divisioni e lunghi periodi di silenzio. Anche per questo il libro non si limita a celebrare il risultato finale: restituisce il peso della fatica necessaria per raggiungerlo.

Il fascismo e la falsa mobilitazione delle donne

Il rapporto tra fascismo e condizione femminile costituisce uno dei passaggi essenziali per comprendere questa storia.

Il regime mobilitò le donne, le organizzò e assegnò loro una funzione pubblica, ma senza riconoscerle come cittadine politicamente autonome. La retorica fascista esaltava soprattutto la maternità, la famiglia e il ruolo riproduttivo femminile, subordinando la persona alle necessità demografiche e ideologiche dello Stato.

La donna poteva essere chiamata a partecipare alla vita della nazione, ma secondo un’identità stabilita dal regime. Non come soggetto libero, bensì come madre, educatrice e custode di un ordine sociale definito dagli uomini.

Questa distinzione rimane attualissima: essere visibili non significa necessariamente avere potere; essere celebrate non significa essere libere.

La Resistenza delle donne

La caduta del fascismo e la Resistenza modificarono profondamente il quadro.

Le donne parteciparono alla lotta di Liberazione come staffette, organizzatrici, combattenti, infermiere, lavoratrici, sostenitrici delle formazioni partigiane e protagoniste della mobilitazione civile. Il loro contributo rese sempre più evidente l’insostenibilità di una democrazia futura che avesse continuato a escluderle.

Tuttavia, anche questa partecipazione è stata a lungo raccontata attraverso formule riduttive. La “staffetta” è diventata talvolta una figura rassicurante, quasi accessoria, mentre le donne svolsero compiti politici, militari e organizzativi decisivi.

Il libro contribuisce a restituire loro la piena dimensione di soggetti storici.

Dal primo voto alle madri costituenti

Le donne italiane votarono per la prima volta nelle elezioni amministrative del 1946 e parteciparono poi, il 2 giugno, al referendum istituzionale e all’elezione dell’Assemblea costituente.

Non entrarono soltanto nelle cabine elettorali. Ventuno donne furono elette alla Costituente e cinque di loro entrarono nella Commissione dei 75 incaricata di elaborare il progetto della nuova Costituzione.

Il passaggio dalle suffragette alle costituenti rappresenta quindi qualcosa di più della conquista di una scheda elettorale. Significa il passaggio dall’essere oggetto delle leggi all’essere parte della loro scrittura.

Le costituenti, appartenenti a differenti culture politiche, contribuirono in modo decisivo all’affermazione del principio di uguaglianza, alla tutela della famiglia, del lavoro femminile e della maternità e all’apertura degli uffici pubblici e delle cariche elettive a tutti i cittadini.

La Costituzione non cancellò immediatamente le disuguaglianze della società italiana. Molte discriminazioni continuarono a esistere nelle leggi e nelle consuetudini. Ma pose le fondamenta giuridiche e politiche necessarie per combatterle.

Una democrazia rimasta incompleta troppo a lungo

Il libro rende evidente un dato spesso sottovalutato: per gran parte della storia dell’Italia unita, le donne furono considerate cittadine solo in senso parziale.

Lavoravano, pagavano le imposte, affrontavano guerre, povertà, migrazioni e responsabilità familiari, ma non potevano contribuire alla scelta dei rappresentanti e alla formazione delle leggi.

L’esclusione politica non era una lacuna marginale. Era una contraddizione strutturale della democrazia liberale.

Per questo il voto alle donne non può essere presentato soltanto come “una conquista femminile”. Fu una conquista dell’intero Paese, perché rese finalmente più autentico il principio della sovranità popolare.

La democrazia italiana non regalò il voto alle donne: dovette finalmente riconoscere un diritto che era stato negato per decenni.

Diritti conquistati e diritti da difendere

La parte più viva della presentazione è stata proprio la capacità del libro di parlare al presente.

Raccontare il voto alle donne significa chiedersi che cosa renda effettiva una cittadinanza. Il diritto formale è indispensabile, ma non esaurisce la questione. Contano la partecipazione politica, l’accesso ai luoghi decisionali, l’indipendenza economica, la libertà dal ricatto e dalla violenza, la possibilità concreta di scegliere il proprio percorso di vita.

A ottant’anni dal voto del 1946, molte distanze sono state colmate. Altre rimangono evidenti. E soprattutto rimane il rischio di considerare i diritti come un patrimonio definitivamente acquisito, invece che come una responsabilità da esercitare.

La storia ricostruita da Avagliano e Palmieri dimostra che ogni conquista può apparire impossibile fino al momento in cui qualcuno comincia a pretenderla. Ma dimostra anche che nessun diritto sopravvive senza cultura, partecipazione e memoria.

Pasta, pace e libertà

Abbiamo scelto di tenere insieme la presentazione di questo libro e la pastasciutta antifascista perché entrambe le storie raccontano un allargamento dello spazio della libertà.

La famiglia Cervi condivise il cibo con un paese intero per festeggiare la caduta di una dittatura. Le donne italiane combatterono per entrare nella vita pubblica di una nazione che pretendeva di parlare anche a loro nome, senza ascoltarle.

In entrambi i casi, la libertà smette di essere una parola astratta e diventa un gesto concreto: offrire un piatto, aprire una casa, prendere la parola, organizzarsi, votare, scrivere una Costituzione.

È questo il senso di “Pasta, Pace, Libertà”.

Non celebrare un passato rassicurante, ma riportare nel presente le domande che quel passato ci consegna.

Agli Horti vogliamo continuare a costruire occasioni come questa: popolari ma non superficiali, accessibili ma capaci di approfondire, conviviali ma attraversate da una posizione culturale chiara.

Perché si può mangiare insieme e discutere di storia. Si può trascorrere una sera d’estate e parlare di diritti. Si può abitare un luogo bello senza rinunciare al pensiero.

Anzi, forse è proprio da qui che bisogna ripartire.