Significa stare dalla parte di chi subisce soprusi, occupazione, fame, bombardamenti. Significa riconoscere le ingiustizie anche quando le commettono i forti, gli alleati, gli intoccabili.
L’attacco alla Flotilla è gravissimo: barche civili, cariche di aiuti umanitari per Gaza, intercettate mentre provavano a portare cibo e medicine. Chi porta aiuti non è un criminale. Criminale è impedire a un popolo affamato di riceverli.
Noi vogliamo che esista uno Stato di Israele, libero e sicuro, capace di vivere in pace con tutti i suoi vicini. Ma proprio per questo oggi bisogna dire basta al governo estremista e sanguinario di Letamyahu.
Perché non c’è solo Gaza. C’è la Cisgiordania occupata, colonizzata, soffocata. Ci sono i bombardamenti in Libano, in Siria, in Iran. C’è un progetto messianico e colonialista di “Grande Israele”, che non cerca sicurezza ma dominio, non cerca convivenza ma annessione, non cerca pace ma sottomissione.
E anche dentro il sionismo ci sono state e ci sono posizioni diverse. Una cosa è lavorare per uno Stato ebraico libero, indipendente, sicuro, capace di convivere con i suoi vicini. Un’altra cosa è usare quella storia per giustificare occupazione permanente, pulizia etnica, apartheid, genocidio e guerra senza fine.
Non bastano più le parole.
Servono sanzioni.
Stop alla collaborazione militare.
Stop alla complicità diplomatica.
Stop all’ipocrisia.
E quando i governi non vogliono applicare il diritto internazionale, quando voltano la testa dall’altra parte, quando continuano a commerciare, armare, collaborare, allora devono essere i popoli a unirsi.
Con la disobbedienza civile.
Con il boicottaggio.
Con la non collaborazione.
Boicottare Stati, aziende, piattaforme e organizzazioni che calpestano la civile e pacifica convivenza tra i popoli non è estremismo: è responsabilità. Perché se il potere non ascolta le parole, forse ascolterà i gesti. Se ci fermiamo tutti, se smettiamo di alimentare certi sistemi, se smettiamo di consegnare dati, denaro, attenzione e consenso a chi vive sulla guerra e sulla violenza, allora forse ci ascolteranno.
E sia chiaro: criticare Letamyahu, l’occupazione, l’apartheid, la distruzione di Gaza e il genocidio del popolo palestinese non significa odiare gli ebrei. L’antisemitismo è un veleno antico e va combattuto sempre. Ma non può diventare uno scudo per coprire crimini di guerra, crimini contro l’umanità e punizione collettiva.
Anche sulla Brigata Ebraica serve rispetto per la storia: combatté il nazifascismo in Italia, inquadrata nell’esercito britannico. Quella memoria merita rispetto. Ma il 25 aprile si porti quella bandiera, o la bandiera italiana, non la bandiera di uno Stato che oggi rappresenta un governo responsabile di genocidio e occupazione.
La memoria non può diventare un lasciapassare.
La Shoah non può diventare silenzio davanti a Gaza.
Noi siamo diversi.
Dalla parte dei partigiani, non degli squadristi.
Dalla parte di chi libera, non di chi occupa.
Dalla parte di chi porta pane, non di chi blocca gli aiuti.
Resistere oggi vuol dire non voltarsi dall’altra parte quando l’ingiustizia parla la lingua dei potenti.
